Oltre le fake news: bot, troll e meme

Giu 25, 2018 General

di TEDxBergamo Team

A poco più di un anno dalla sua partecipazione a TEDxBergamo abbiamo chiesto a Nicola Bruno (giornalista, ricercatore, esperto di comunicazione digitale) di aggiornarci sui filoni di studio e ricerca che sta seguendo. Il risultato? Un’intervista molto interessante in cui ci ha parlato di temi di grande attualità: informazione, bot, troll e meme.

 

Sei stato uno speaker della 4° edizione di TEDxBergamo 2017, quale è stato l’elemento ispiratore che ti ha convinto a partecipare?

Sicuramente la voglia di entrare in contatto con il pubblico con una modalità più efficace. Ero già stato speaker o moderatore in altri contesti, ma non mi era mai capitato di partecipare a qualcosa di così strutturato, un evento in cui è determinante porsi la questione del pubblico: come interagisco nel modo più efficace? Come faccio a catturare la sua attenzione? Anche grazie al team di TEDxBergamo che mi ha supportato, ho colto questa bella occasione per riflettere su come parliamo e su qual è il modo migliore per farlo.

 

Oggi a distanza di un anno dal tuo talk, come prosegue la tua attività? Quali sono le novità che vorresti condividere con i nostri lettori?

La novità più interessante, emersa anche dalle ultime elezioni politiche, è il fatto che dobbiamo andare oltre il dibattito sulle fake news e renderci conto di tutta la complessità informativa da cui siamo circondati. In questo momento vedere questa complessità significa capire che ci sono nuovi attori che non per forza sono umani, ma che ormai vivono e agiscono nell’ambiente informativo.

Mi riferisco soprattutto ai bot, agli algoritmi e ad una serie di entità presenti da tempo nello scenario informativo, ma che adesso stanno acquisendo una centralità non indifferente. Il mio interesse si sta spostando sempre di più su questi temi: come devo comportarmi con un algoritmo che seleziona in maniera automatica quali sono le notizie più o meno importanti per una persona? Come faccio ad identificare se un utente è o non è umano? Che cosa è veramente un bot?

 

Si parla molto di operazioni di disinformazione. Talvolta vengono postati contenuti aggressivi e polemici, come influenzano i lettori?

Ci sono una serie di punti che stanno diventando sempre più centrali nel dibattito.

Da una parte c’è tutta la questione che riguarda l’automatismo, l’intelligenza artificiale, i bot, gli algoritmi e il ruolo delle grandi piattaforme (Facebook, Twitter, Google). Dall’altra parte, ed è questa la cosa interessante, stanno nascendo delle nuove forme native di informazione online che sto studiando perché hanno dei risvolti di notiziabilità a livello informativo. Esistono ad esempio due fenomeni che possiamo contrapporre e sono da una parte i meme, dall’altra i troll.

I meme sono visti come forma espressiva positiva, come oggetto che vive in quanto elemento comunitario perché più persone lo generano e lo condividono, intesi come atto di divertimento, o come presa di posizione, talvolta politica. Nella maggior parte dei casi hanno effetti dissacranti, liberatori, ma in alcuni casi possono diventare strumentalizzanti. Abbiamo visto negli Stati Uniti e in parte nelle elezioni europee la comparsa di meme politici, qualche volta razzisti. Come giornalista mi pongo la domanda se sia giusto riprenderli con il rischio di amplificarli oppure ignorarli.

Questo ci porta a vedere l’altro lato della medaglia di tutto questo nuovo modo di informarsi online, che è rappresentato dai troll. Potremmo definire i troll influencer cattivi. Alcuni utilizzano la propria popolarità, sfruttando le dinamiche che i social hanno creato negli ultimi anni, per diventare dei “super utenti”. Persone con milioni di follower sui vari canali social che spesso si attaccano a temi di attualità, di informazione con una logica da troll, cioè per provocare, disturbare, e divenire elemento che con la protesta facile attrae l’odio, il risentimento e la rabbia delle persone. Durante la campagna elettorale italiana abbiamo visto diversi esempi di troll che agivano anche dall’estero, spingendo in una determinata direzione.

In questo momento vedo che, soprattutto su YouTube, stanno nascendo una serie di personalità schierate politicamente che si avvalgono delle dinamiche dell’influencer marketing per condizionare l’opinione pubblica. Anche in questo caso il giornalista deve chiedersi se conviene ignorare il fenomeno o dargli attenzione, rischiando così di amplificare tutta una serie di fenomeni su cui è necessario interrogarci.

 

 

A questo proposito, secondo te, perché anche persone con un alto livello culturale/d’istruzione a volte finiscono per cadere nella trappola delle fake news?

La missione di un giornalista di trasferire in maniera neutra un contenuto da una fonte ad un destinatario è solo uno degli aspetti dell’informazione.

Molte volte non ci informiamo solo perché vogliamo conoscere un fatto, ma l’informazione è diventata per noi anche una macchina emotiva. Immaginiamo quando discutiamo della partita di calcio; non ci interessa parlare dei singoli episodi accaduti, ma delle emozioni che ci ha provocato. I fatti li viviamo più dal punto di vista emotivo e quindi subentrano altre dinamiche che non sono quelle conoscitive. Sono i due canali dell’informazione: da una parte quello conoscitivo più razionale, dall’altra quello emotivo. Questa è una cosa che accade a tutti perché umana.

Quando vediamo i nostri amici che diffondono online notizie evidentemente false assistiamo proprio a questo meccanismo emotivo: non condividono per far conoscere un fatto, ma per socializzare una loro emozione, un loro punto di vista. Appena trovano una notizia che rispecchia il loro stato tendono a condividerla. Ed è proprio sull’emotività che puntano le fake news, che sanno benissimo dove andare a colpire per ricevere più clic e condivisioni. Per questi motivi anche persone colte ci cascano, perché non si tratta di una questione razionale, ma emotiva.

Molte volte, anche dopo aver fatto notare a qualcuno di avere condiviso una notizia falsa, vediamo che continua a condividerla.

Cosa fare allora? Personalmente consiglio di andare a chiedere direttamente alla persona la ragione, il perché ha condiviso quel dato fatto, ponendosi in maniera aperta e costruttiva per capire il bisogno che l’ha spinta ad amplificare quel contenuto, cercando di cogliere cosa è scattato a livello emotivo, creando un ponte, e una connessione, senza puntare il dito. Se ci si confronta su questo piano, spesso le persone sono disposte a cambiare idea.

 

Una domanda personale, a te è mai capitato?

Per lavoro tendo a verificare in modo approfondito tutto quello che circola online, nel dubbio preferisco non credere. Nessuno è esente da errori, quindi mi sarà capitato sicuramente di fidarmi di qualcosa che poi si è rivelata non vera, non c’è dubbio. Il nodo cruciale è: cosa ne fai di quell’informazione?

Perché nel momento in cui la condividi diventi amplificatore ed è qui che scatta la responsabilità personale di cui avevo parlato anche a TEDx.

 

Vedi il talk di Nicola Bruno a TEDxBergamo 2017

 

Il significato di TED è Tecnologia, Entertainment e Design. Secondo te cosa rende un territorio attrattivo sotto questo punto di vista? Secondo te Bergamo ha queste caratteristiche?

Il territorio per me è legato alla comunità che lo rappresenta, quindi alle persone che lo hanno creato e che contribuiscono a tenerlo vivo. Prima di TEDx Bergamo la conoscevo poco e sono rimasto piacevolmente stupito. Mi aspettavo la classica città assopita di provincia, invece l’ho trovata super dinamica. Ho conosciuto tanti professionisti che lavorano nel digitale e mi sono avvicinato ad una serie di persone molto aperte e piene di creatività.

 

TED crea connessioni tra persone, discipline e idee, quale è stato l’incontro più significativo per la sua crescita professionale?

L’incontro fondamentale della mia vita professionale è stato quello con Franco Carlini. Franco è stato uno dei primi giornalisti italiani ad occuparsi di cultura digitale. Scriveva di tecnologie con un impianto culturale; si è avvicinato alla tecnologia con un’impronta umanistica attraverso gli elementi della sociologia e della filosofia che circolavano dietro le tecnologie. Franco è stato la mia prima bussola insieme anche ai colleghi dell’agenzia che insieme poi abbiamo creato (Effecinque, n.d.r.). Siamo nati e cresciuti con lui ed è grazie a lui se facciamo quello che facciamo oggi, con il taglio con cui lo facciamo, cioè raccontando la rivoluzione digitale non in maniera tecnicistica, ma cercando di comprendere quali sono gli impatti di tutto ciò a livello sociale e culturale.

 

Ognuno di noi, nella propria vita personale e professionale può riconoscere un elemento che potremmo definire “magico”, che ci spinge ad andare oltre, ad immaginare la nostra “missione nel mondo”, a costruire il nostro futuro. Quale è stato per lei questo elemento unico e magico?

Per me la magia c’è ogni volta che creo una connessione e questo vale a diversi livelli, quando conosco una persona, quando faccio una nuova inchiesta, quando faccio un TEDx. L’elemento magico che ogni volta avverto è proprio quello dell’entrare in contatto con un’alta entità che può essere di diverso tipo. È un qualcosa che mi stupisce ogni volta per la forza che può scatenare, ma è anche il motore di tutto quello che faccio. Del resto comunicare vuol dire entrare in connessione con le persone, mettersi sempre dal punto di vista degli altri, mai erigere muri, mai fare i maestrini, ma cercare sempre di creare connessioni e interazioni.

La connessione è, ad esempio, quando su un treno incontri una persona e ci parli per ore senza neppure conoscerla. Quello che scatta in quel momento è qualcosa di magico. Oppure quando rivedi un amico/a che non frequenti da molti anni e ti accorgi che tra voi c’è ancora lo stesso feeling di un tempo. Queste connessioni rappresentano piccoli momenti magici che ti fanno andare avanti nella vita.

 

 

 

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